domenica 30 dicembre 2012

"Un karma pesante", Daria Bignardi

Devo ammettere di aver iniziato "Un karma pesante" con una certa dose di scetticismo ma anche con molta curiosità. Non avevo mai letto nulla di Daria Bignardi e se da un lato il binomio "personaggio televisivo-scrittore" mi fa sempre istintivamente arricciare il naso (sì, lo so, sono radical-chic!), dall'altro ero certa che da ottima lettrice e donna acuta che è, sicuramente qualche sorpresa me l'avrebbe riservata. Ed infatti, nonostante qualche imperfezione (alcuni aspetti della vita della protagonista sono trattati in modo fin troppo sbrigativo, considerando invece la loro importanza nell'economia della storia), si tratta di un bel romanzo.
Eugenia è la voce narrante e la protagonista assoluta di questo flusso di coscienza. Pur essendo una regista affermata e avendo una splendida famiglia, l'esistenza di questa donna è contraddistinta da un profondo senso di paura, di insoddisfazione, di vuoto, fin dalla giovinezza. La causa delle sue insicurezze ci viene svelata pagina dopo pagina, nel racconto del suo tumultuoso passato, del suo difficile rapporto con la famiglia e le sue autodistruttive relazioni con gli uomini. La Bignardi dipinge sapientemente un ritratto di donna che è innanzitutto veritiero. Eugenia è una donna spezzata, insicura e al contempo decisa, forte ma estremamente fragile, divisa tra le sue aspirazioni personali e il bisogno viscerale  di accudire se stessa e il proprio nido. E' insomma una donna in carne e ossa, un personaggio credibile proprio perché ricco di contraddizioni, dubbi, difetti. Perché è proprio questo che stupisce di più: Eugenia è una donna che a pelle sembra egoista ed egocentrica, opportunista e fredda. Eppure quando il suo pensiero viene sviscerato non rimangono che la sua umanità e la sua somiglianza con ogni donna. Infatti, molti dei pensieri, dei discorsi e dei dubbi che esprime, in particolare riguardanti il suo rapporto con Pietro e con il suo lavoro, almeno una volta li ho fatti anche io. E non credo di essere l'unica.
"Un karma pesante" è un bel romanzo, soprattutto femminile, e mostra uno stile maturo, curato e piacevole, da cui si evince l'amore e la passione della Bignardi per la parola stampata.

sabato 29 dicembre 2012

"L'inconfondibile tristezza della torta al limone", Aimee Bender

Poco prima del suo nono compleanno, Rose assaggia la torta al limone, glassata di cioccolato, che la madre ha preparato per lei, e rimane annichilita dalla tristezza, dall'insoddisfazione e dal senso di vuoto che le pervadono la bocca. Rose scopre così il suo particolare talento, il suo dono speciale: la capacità di sentire nei cibi il sapore dei sentimenti provati da coloro che li hanno cucinati. Attraverso le papille gustative della bambina, Aimee Bender ci guida attraverso i più inconfessabili segreti delle famiglie per bene americane, scava sotto la corazza del perbenismo e dei sorrisi stampati, per giungere alle insoddisfazioni e alle taciute verità che sotto di essa si annidano. Il vero volto della famiglia di Rose, i cui membri diligentemente ogni sera si riuniscono attorno al tavolo della cena, comincia via via a palesarsi alla ragazzina che seguirà, attraverso il cibo che ingurgita, l'evolversi dei loro sentimenti profondi, che da sempre si nascondono l'un l'altro. La tipica famiglia americana felice che incarnano alla perfezione, boccone dopo boccone, inizia a prendere le sembianze di un gruppo male assortito di persone che non hanno nulla in comune né qualcosa da condividere, ma che sono costrette da legami invisibili a rimanere unite da legami indissolubili. 
La scrittura frizzante di Aimee Bender è trascinante ed è stata una vera e propria boccata di aria fresca. La storia, a tratti surreale, racchiude una profonda e critica analisi della famiglia tradizionale e anche dell'incolmabile divario tra il nostro mondo interiore e ciò che di noi proiettiamo all'esterno. Un divario tanto profondo da rendere la vita di Rose un vero inferno di scoperte indesiderate e di solitudine. 
Un romanzo profondo, agrodolce ed estremamente delicato che non può che farsi amare. Assolutamente da sperimentare.

giovedì 20 dicembre 2012

"Vergogna", J.M. Coetzee


David Laurie è un professore di letteratura all’università di Città del Capo che conduce una monotona e rispettabile vita da uomo di mezza età, divorziato, che si divide tra attività accademica e l’ambizioso progetto di un’opera in musica e versi sulla vita di Byron. Generalmente risolve le sue impellenze sessuali affidandosi a prostitute di alto bordo, ma un giorno riesce a concupire una giovane studentessa del suo corso, Melanie Isaacs, trascinandola in un affaire ambiguo, che presto assume i contorni di una vera e propria violenza. La giovane donna, col sostegno del fidanzato e del padre, denuncia Laurie per molestie e il professore, ostinato nella propria mancanza di pentimento, viene allontanato dalla propria cattedra e si rifugia presso la fattoria di sua figlia Lucy, una donna sola che tira avanti con il duro lavoro nei campi e un piccolo rifugio per cani, con il solo aiuto di un affittuario, Petrus. Il destino, inesorabile, si realizza con un terribile contrappasso per David: tre uomini assaltano la fattoria e puniscono Lucy per la propria indipendenza, la sottomettono alle dure regole di un Sudafrica ancora dilaniato dall’odio e dalla povertà, la obbligano a sottostare al tacito potere di un sempre più forte Petrus.
“Vergogna” è un romanzo complesso, profondo e, soprattutto, terribilmente doloroso. Ciò che maggiormente colpisce è la totale assenza di speranza che permea l’intera opera. La storia si svolge in un mondo che lentamente sta marcendo e che non ha modo di essere guarito, ci sono solo vite che vanno abbandonate al loro triste destino di miseria. L’unico luogo che sembra affidarsi alla giustizia e all’etica è l’Ateneo che caccia Laurie, ma, proprio perché circondato da un così oscuro scenario, anch’esso perde in credibilità e comincia ad apparire ben presto come una mera messinscena perbenista. Emblema di questo cosmo privo di speranza sono i cani della clinica dove David lavora, che lentamente vengono soppressi perché non c’è un posto per loro nel mondo e che il protagonista non può salvare, può solo accompagnare al triste trapasso con tutta la pietà e la dolcezza di cui è capace. La stessa disgrazia di Lucy e la storia della sua fattoria sono simbolicamente rappresentative della storia di un Paese post-apartheid che non riesce a superare il suo passato coloniale e a trovare un equilibrio al suo interno, ma che riesce solo nella cieca vendetta a trovare uno sfogo alle proprie miserie.
Proprio per la sua intrinseca complessità e per il dolore e l’angoscia che traspaiono da ogni parola, quest’opera del premio Nobel J.M. Coetzee non è di certo di facile lettura. Sicuramente sconsigliato a chi è sensibile alle violenze sugli animali e sulle donne. Per tutti gli altri un ottimo spunto di riflessione sulla condizione umana e sulla decadenza delle società post-coloniali.

giovedì 29 novembre 2012

"Miele", Ian McEwan

Ah, ma come scrive Ian McEwan! Passatemi questa esclamazione  perché è il pensiero fisso che mi ha accompagnata durante tutta la lettura e che, a maggior ragione,  mi rimbalza in testa ora che "Miele" è ancora caldo accanto a me, appena finito. Ogni parola, nella scrittura di McEwan, è studiata e posizionata con cura, ogni frase è un piccolo capolavoro di perfezione di cui l'autore fa sfoggio, senza nascondere il lavoro perfezionista che ha compiuto. Pare incredibile che dopo opere come "Espiazione" o "Amsterdam" la sua opera possa ancora stupire, eppure anche questa volta riesce a cogliere di sorpresa anche il lettore più attento. Della trama non voglio svelarvi granché per non guastarvi il gusto della scoperta: Serena Frome ci racconta in prima persona, ad anni di distanza, l'esperienza giovanile di essere ingaggiata dall'MI5, un reparto dei servizi segreti britannici. Siamo negli anni Settanta e, con sua grande delusione, le donne sono relegate al ruolo di mere scribacchine, completamente estromesse dai reparti operativi, dalla carriera di vere spie. Grazie alla sua passione maniacale per i romanzi, però, Serena viene promossa dai suoi superiori e inserita, come agente sul campo, nel progetto "Miele". In piena guerra fredda, lo scopo della ragazza, sotto le mentite spoglie di impiegata in un ente benefico che finanzia autori emergenti, è quello di ingaggiare un giovane scrittore, Tom Haley, finanziarlo e segretamente guidare la sua opera verso un filone anti-sovietico e anti-comunista. Ovviamente, manco a dirlo, tra i due nasce un amore che non può che essere ambiguo e traballante, poiché incentrato sulla doppia vita di Serena.
La lettura di "Miele" mi ha ricordato un po' un giro sulle montagne russe: per due terzi del libro il ritmo è lento, a tratti quasi noioso, con le minuziose descrizioni di Serena della sua monotona vita impiegatizia. Poi di colpo la trama precipita e con essa il ritmo narrativo, che si fa serrato e incalzante, che tiene incollato il lettore ai capitoli conclusivi (ho letto le ultime 90 pagine tutte insieme, d'un fiato), proprio come un trenino alle giostre che sale lento, creando aspettative e senso di irrequietezza, e poi imbocca la discesa di colpo e la percorre a tutta velocità, in pochi attimi mozzafiato.
Pur non essendo a mio avviso la sua opera meglio riuscita (la voce narrante di Serena Frome non ha lo stesso fascino di quella di Briony Tallis), McEwan è un re della scrittura e della narrazione e anche questa volta riesce a deliziarci con le sue storie surreali ma infarcite di personaggi reali e imperfetti, messi a nudo nei loro difetti e talvolta nelle loro meschinità, e il tutto con il suo stile inconfondibile ed elegantemente cinico e tagliente. Very British.

venerdì 16 novembre 2012

"Amabili resti", Alice Sebold


A quattordici anni Susie Salmon (“Salmon, come il pesce”) viene stuprata e uccisa dal Signor Harvey, un vicino di casa, mentre ritorna da scuola. La ragazzina, dall’alto di una sorta di paradiso laico, il “Cielo”, osserva la sua famiglia e i suoi amici affrontare dapprima il dolore straziante della sua scomparsa, poi il lento ritorno ad una normalità che sembra ormai irrealizzabile, accompagnato dal rancore e dal sospetto nei confronti di un assassino impunito. Susie segue e avvicina le persone che l’hanno amata, talvolta addirittura si palesa per alcuni secondi, poco più d’un battito di ciglia; li accompagna silenziosa nel lento cammino dell’elaborazione, personale, della perdita. La sorella-rivale Lindsey si getta a capofitto negli allenamenti di calcio ed evita di dire il proprio cognome per non essere riconosciuta come la sorella della morta, ma al tempo stesso è pronta a rischiare la sua stessa vita pur di dimostrare la colpevolezza del Signor Harvey. Il padre, Jack, cova il suo sospetto e il suo rancore lasciandosi avvelenare lentamente l’anima; la madre, Abigail, si chiude in un dolore muto e distante, incomprensibile per coloro che la circondano. Ma la bellezza e assurdità della vita sta proprio in questo: le esistenze continuano, i fili del destino di ognuno si spezzano e si rintrecciano, finché ogni personaggio, a suo modo, riuscirà ad affrontare e a fare i conti con il passato. E alla fine riuscirà ad andare avanti, pur senza dimenticare.
La Sebold, che da ragazza è stata vittima di stupro, sa esprimere una grandissima sensibilità nei confronti non solo delle donne che hanno subito violenza, ma anche verso coloro che devono affrontare una grave perdita: le vittime di “Amabili resti” sono soprattutto i sopravvissuti, che devono metabolizzare l’assenza di Susie, che devono continuare a vivere, nonostante tutto. Gli “Amabili resti” (o meglio le “amabili ossa”, sapete quanto sono pignola con le traduzioni!), sono sì le mai ritrovate spoglie di Susie, ma anche quei rapporti e quegli equilibri che dopo la sua morte si dovranno lentamente venire a creare per consentire ad ognuno di andare avanti.
L’idea buona e il linguaggio semplice (in fondo la narratrice è una ragazzina di quattordici anni) hanno reso “Amabili resti” un vero e proprio caso letterario, oltre che un enorme successo editoriale. Tuttavia, alcune scelte stilistiche un po’ dilettantistiche, a mio parere (per esempio il capitolo finale in cui Susie si rivolge direttamente ai lettori), unite ad alcuni azzardi metafisici (anime che gironzolano in continuazione laddove sono vissute, che fanno fiorire giardini e si impossessano di corpi viventi) lasciano al lettore la perenne impressione che manchi qualcosa, o che qualcosa potesse essere spiegato meglio, soprattutto nei capitoli conclusivi. 

venerdì 9 novembre 2012

"1Q84 parte III", Murakami Haruki


Dopo un anno di attesa è finalmente arrivato anche in Italia “1Q84 parte III”, il capitolo conclusivo della trilogia di Murakami Haruki (qui potete leggere il mio commento alle prime due parti). Avevamo lasciato Tengo e Aomame sempre più immersi nel mondo onirico e complesso che la stessa Aomame ha ribattezzato 1Q84, una realtà parallela a quella del reale anno 1984. La donna è in fuga e deve nascondersi dopo l’omicidio di Tamotsu Fukada, Leader dell’inquietante setta religiosa Sakigake. Alle sue calcagna è stato messo un detective privato, Ushikawa, che in questo terzo capitolo diventa la terza voce narrante della storia, insieme ai due protagonisti. Tengo è invece alle prese col proprio passato, del quale tenta di svelare alcuni grandi segreti che il padre, ormai in coma irreversibile, non gli ha mai voluto rivelare. I due giovani vivono due realtà che corrono parallele, caratterizzate entrambe da una serie di coincidenze che li mettono in contatto, senza però mai farli incontrare. I tramite tra le loro vite sono due: Ushikawa, che pedina Tengo per arrivare ad Aomame e, seppur involontariamente li avvicina, e un ricordo che entrambi conservano nel loro cuore: una stretta di mano che si sono scambiati da bambini, vent’anni prima, e che per sempre ha segnato le loro esistenze. Aggrappati a questo episodio lontano, scrutati dall’alto dalle due lune, quella grande e candida e quella piccola, irregolare e verdastra, i due si cercano senza sosta, ma il loro amore per realizzarsi non deve solo superare una serie di prove difficili, come in un romanzo cavalleresco, ma deve scavalcare le leggi del tempo e dello spazio, giungere in un’altra dimensione e da questa fuggire, finalmente riuniti.
In questo terzo capitolo Murakami abbandona parzialmente quelli che sono i suoi tipici temi dominanti per concentrarsi sull’amore puro, fatale di Aomame e Tengo. I loro destini sono distanti eppure intrecciati, e l’intero universo si modifica affinché ciò che deve avvenire possa giungere a compimento. Ma su questo mondo incombono le due lune, i Little People, feriti e pronti a ritornare coi loro vaticini, e la piccola cosa che Aomame custodisce e protegge a costo della propria vita. Murakami ancora una volta riesce a trascinarci nel suo mondo illogico, onirico e fantastico, dove tutto può accadere e dove le normali leggi che regolano l’universo sono capovolte e dissacrate.
Come avevo già scritto nella recensione alle parti I e II, la principale caratteristica di questo grande scrittore è che non lascia alcun lettore indifferente: il suo stile unico o conquista e ammalia, senza riserve, o non viene capito e il libro viene abbandonato. Da grande fan di Murakami ho affrontato 1Q84 ben consapevole di ciò che probabilmente vi avrei trovato e anche conscia che alcuni concetti, su cui l’intera opera è fondata, sarebbero rimasti misteriosi. Sono certa che per un nuovo lettore di Murakami arrivare in fondo a tre libri e ritrovarvi un finale aperto, privo di risposte, in cui si ha l’impressione che una nuova storia stia per partire ma che probabilmente non ci verrà mai raccontata, sia decisamente frustrante. Ma è proprio questo il fascino delle sue opere: chiudendo 1Q84 si ha l’impressione che i personaggi al suo interno continueranno a vivere, le lune a brillare nel cielo e i Little People a intrecciare la loro crisalide d’aria, come se, insieme ad Aomame e Tengo, anche noi avessimo percorso la scala della tangenziale a ritroso e fossimo tornati alla realtà (forse) abbandonando un mondo che però continuerà a esistere.
Consigliatissimo a chi ama stili letterari complessi e vuole abbandonarsi a un’esperienza di lettura complicata e onirica.

venerdì 2 novembre 2012

"Scatola nera", Jennifer Egan


Jennifer Egan è una grandissima scrittrice ed è anche una sperimentatrice della parola stampata. Ne "Il tempo è un bastardo" (di cui potete leggere qui la mia recensione), la Egan si era spinta a trasformare un intero capitolo del romanzo in una presentazione power point. La cosa incredibile è che gli schemi, gli elenchi puntati e i diagrammi di flusso funzionavano perfettamente, permettevano di continuare a leggere la storia e a comprenderla proprio come le parole (meravigliose) che la Egan aveva "normalmente" utilizzato nel resto del racconto. Gli esperimenti narrativi della scrittrice toccano però un'altra dimensione con il racconto breve "Scatola nera". Questa storia è stata scritta appositamente per Twitter ed è in forma di di cinguettii di 140 caratteri che è stata divulgata. In Italia ad occuparsene è stata la casa editrice Minimum Fax che a partire dal 25 ottobre e per cinque sere ha twittato per i suoi followers la spy story della Egan. La scrittrice ci porta nella scatola nera di una tecnologica spia americana. Si tratta del diario di bordo di una giovane donna che ha il compito di infiltrarsi nell'harem di un  uomo ricco, potente, spietato e sanguinario che sta organizzando un attentato Negli Stati Uniti. La missione della Bellezza è di conquistare la fiducia del Designato e carpirne i segreti e i piani. Le frasi sono scarne, telegrafiche e secche, come una scatola nera (ma soprattutto come Twitter) richiede. La donna registra ogni suo movimento attraverso splendide ville nel sud della Francia, alla ricerca di documenti da fotografare (con una macchina fotografica impiantata nel bulbo oculare) o conversazioni sospette da registrare (con un microfono posizionato nel padiglione auricolare). Ma la spia salva nella propria scatola nera anche la paura di non rivedere il marito, di non poter tornare alla vita normale di prima, tutte le sue ansie e sentimenti più profondi (che la distinguono da una mera macchina a cui la hanno voluta far assomigliare).
Devo essere sincera: seguire per una sera i tweet (circa uno al minuto) non è stata impresa semplice. Tendevo a distrarmi, a perdere con facilità il filo del discorso. Per questo motivo ho acquistato ieri la versione e-book (solo ed esclusivamente e-book) di "Scatola nera" e devo dire che per ora sono ancora più avvezza alla lettura tradizionale, o meglio, sono ancora abituata a leggere con i miei ritmi e non ad adattarmi a quelli imposti da Twitter. Il dibattito su questa impresa della Egan è aperto: sarà davvero utile che gli scrittori si adattino alle esigenze della tecnologia invece che continuare a lavorare in modo canonico alle loro opere? Dal mio punto di vista io credo che il libro e i romanzi in forma "tradizionale" continueranno ad esistere, in un modo o nell'altro. Però di certo il linguaggio e i mezzi con cui essi verranno divulgati e trasmessi, senza dubbio subiranno dei grandi cambiamenti. Pensiamo alla nascita della narrazione e della divulgazione della parola scritta: l'uomo da sempre si adatta a diverse forme di comunicazione pur di poter tramandare e raccontare le proprie storie, che sia dipingendole con il carbone sulla parete di una caverna, che sia attraverso complessi alfabeti su tavole d'argilla, o su un comodo romanzo rilegato in carta riciclata. Io sono convinta che ciò che ci fa amare davvero la lettura non sia il peso di un libro tra le mani, l'odore della carta o la forma del nostro lettore e-book (tutti questi sono "accessori", peraltro utili e amati anche da me in prima persona) ma sia leggere una storia, immedesimarci in un personaggio, essere catapultati in un tempo e uno spazio lontani dalla nostra realtà quotidiana. Non so se in futuro leggeremo davvero storie su Twitter ma per me il tentativo della Egan di giocare con le parole, di sperimentare nuove forme di comunicazione è davvero ammirevole e ben riuscito. Per chi ne ha la possibilità, vi consiglio caldamente di provare a cimentarvi con "Scatola nera" e con la storia emozionante che anche frasi telegrafiche e scarne possono regalarvi.

lunedì 22 ottobre 2012

"Il profumo delle foglie di limone", Clara Sanchez


“Il profumo delle foglie di limone” è un romanzo controverso. Da un lato ci racconta una storia con un certo spessore emotivo, culturale e storico, dall’altro tende a scivolare in toni da romanzo rosa e con una serie di banalità un po’ troppo evidenti per i miei gusti (non ultimo lo stile della scrittrice che risulta decisamente lineare e canonico, un po’ come se si trattasse di un tema scolastico).
Sandra è una ragazza problematica che aspetta un figlio da un uomo che non è sicura di amare, non ha un lavoro né un apparente scopo nella vita. Decide di trascorrere l’autunno nella casa al mare della sorella, in Costa Blanca, per sfuggire dalla sua pressante famiglia e anche da se stessa e dai suoi dubbi esistenziali. È qui che la giovane donna incontra una coppia di gentili e simpatici vecchietti norvegesi, Karin e Frederik Christensen. I due decidono di assumerla come dama di compagnia di Karin e di ospitarla a casa loro. La ragazza, sola e senza prospettive, accetta di buon grado, ma ben presto si accorgerà che i due nascondono alcuni terribili segreti. È grazie a Juliàn, un ottuagenario venuto dall’Argentina per vendicarsi dei propri carnefici, che Sandra scoprirà che i Christensen e i loro amici altri non sono che ex gerarchi nazisti che hanno trovato rifugio sulle assolate coste spagnole, dove conducono una vita lussuosa ma defilata e dove godono i benefici di un misterioso elisir di lunga vita per cui sarebbero disposti a qualunque cosa.
La storia è a suo modo appassionante e anche la scelta della Sanchez di raccontarla a due voci, Sandra e Juliàn, è una scelta azzeccata, vista la differenza di età e di punti di vista dei due protagonisti la narrazione ne risulta arricchita. Tuttavia il mondo che ci dipinge è piatto: tutto è bianco oppure nero. I buoni sono buonissimi, i cattivi sono cattivissimi (ok, stiamo parlando di SS!). L’unico personaggio che sembra sfuggire a quest’ordine manicheo delle cose è il misterioso Alberto, ma sul finale prevedibilmente anche lui entrerà a far parte di una o dell’altra fazione. A questo si unisce una certa pretesa di attendibilità storica, per esempio inserendo il personaggio reale di Aribert Heim che vive su una barca attraccata in un porticciolo e va a comprare il pesce al mercato, che a tratti è un po’ troppo azzardato (a mio umilissimo parere). Per i miei gusti personali non sempre la semplificazione estrema porta a qualcosa di positivo. I personaggi e le situazioni nel complesso risultano appiattite, senza le sfumature che rendono ricca di sapori e colori la vita reale. Onore però al non aver scritto una consueta storia d’amore tra giovani, belli e magari poveri e ad anche concluso il racconto in modo non del tutto prevedibile. Anche l’attenzione prestata alle sensazioni e ai sentimenti di persone molto anziane è sicuramente molto apprezzabile.
Per concludere un enorme dubbio esistenziale che mi sono posta fino all’ultima riga del romanzo: ma cosa c’entrano ‘ste foglie di limone? Una tirata d’orecchi alla Garzanti per questa omologazione tutta italiana dei titoli dei best-sellers internazionali. Per la cronaca il titolo originale è “Lo que esconde tu nombre”.

martedì 2 ottobre 2012

"L'ombra del vento", Carlos Ruiz Zafon


Mi piace raccontarvi ogni volta come ho scelto di leggere un libro piuttosto che un altro. Di solito leggo ciò che mi ispira ma questa volta la “chiamata” non è arrivata troppo in fretta. Sono stata due giorni senza un libro sul comodino o nella borsa (cosa praticamente mai capitata prima, visto che di solito le mie “liste dei desideri” dei titoli sono pressoché infinite!). Invece, finito “Per grazia ricevuta”, ho avuto un blackout. Nessun libro mi catturava, nessuno mi sembrava quello giusto per tuffarmici. Allora sono ricorsa a quella famigerata lista dei “Cento libri imperdibili” che ogni tanto sbuca sui social network e tra i titoli non ancora letti mi è saltato agli occhi “L’ombra del vento”. È suonato finalmente il campanello dell’ispirazione, anche se non troppo convinto. Nel primo capitolo il giovane protagonista, Daniel Sempere, viene condotto dal padre in un luogo misterioso, una biblioteca in cui vengono conservati i libri caduti nell’oblio o andati perduti, il “Cimitero dei libri dimenticati”. Ecco, qui il campanello dell’ispirazione è diventato uno squillo di tromba: era il libro giusto. Pagina dopo pagina sono diventata prigioniera di una storia intricata, misteriosa e dolorosa. Daniel “adotta” uno dei libri dimenticati, “L’ombra del vento”. L’autore, Julian Carax, è stato ucciso in circostanze poco chiare e dopo la sua morte un uomo orribilmente sfregiato ha dato alle fiamme tutti i suoi romanzi. Daniel comincia ad indagare su Julian e la sua nebulosa vita, una ricerca che lo accompagnerà dall’infanzia all’età adulta, in un cammino di formazione che attraversa la bellezza e i misteri della Barcellona degli anni ’50. La vicenda in cui si imbatterà il ragazzo è inimmaginabile: una storia di amicizia viscerale, di rancore e di vendetta lunga una vita. Ma soprattutto Daniel scoprirà una storia d’amore impossibile che diventa ragione di vita e di morte.
 Uno splendido romanzo giallo che parla di libri e che arriva dritto al cuore (devo confessare che sul finale mi sono persino commossa!). Una lettura davvero piacevole e coinvolgente.

lunedì 17 settembre 2012

“Per grazia ricevuta”, Valeria Parrella


“Per grazia ricevuta è la seconda opera di Valeria Parrella, sicuramente una delle voci femminili migliori della letteratura italiana degli ultimi anni. Dopo “mosca+balena” la scrittrice si cimenta nuovamente con una raccolta di racconti, che però denotano una maggiore maturità.
Attraverso quattro storie la Parrella ci conduce per mano attraverso le varie sfumature di Napoli e dei suoi abitanti, con una particolare attenzione per le sue donne. C’è Anna che deve vincere l’ansia e i sensi di colpa mentre sconta in carcere una pena per spaccio, rosa dal dubbio inconfessabile che il suo unico figlio possa essere omosessuale. C’è Matteo, che stampa libri illegalmente in una  copisteria e lavora in nero perché non c’è mai stato il tempo di metterlo in regola.  Marina invece organizza vernissages eleganti. All’esterno è una donna bella e attraente, con una famiglia felice e benestante, ma dentro è spezzata da una passione impossibile. Ed infine c’è la protagonista di “Per grazia ricevuta” che vive sotto il peso dell’insoddisfazione, dei fallimenti della vita e della solitudine, cacciata dalla periferia in cui è cresciuta e da cui aveva tentato di fuggire, dal mondo che aveva tentato di ripudiare e che ora l’ha espulsa come un corpo estraneo.
La Parrella ha la capacità straordinaria di cambiare registro, tono, linguaggio e di adeguarsi perfettamente a quello dei suoi personaggi, dandoci l’impressione di sentirli parlare, di vederli vivere e di poter avere accesso ai loro pensieri.
Un bellissimo spaccato del Sud Italia e di Napoli, solare, contraddittorio, accogliente. Una grande scrittrice da seguire assiduamente.

giovedì 13 settembre 2012

"Hope, a tragedy", Shalom Auslander


Solomon Kugel è un borghese ebraico di New York che decide di fuggire dalla caotica e pericolosa città con moglie, figlioletto e madre in fin di vita, alla volta di uno sperduto villaggio lontano da tutto, da tutti e soprattutto privo di alcun legame con la Storia. Ma nella fattoria che acquista ben presto dovrà fare i conti con una inquilina inaspettata e quantomeno ingombrante: Anna Frank. La donna si nasconde nell’attico della fattoria da decine di anni lavorando al suo nuovo romanzo. La reazione di Kugel è di indignazione: come può quella vecchia pazza asserire di essere il simbolo dell’Olocausto, una fanciulla morta ad Auschwitz? La risposta di Anna non si fa attendere ed è emblematica dello stile irriverente e ironico di Auslander: “Era Bergen-Belsen, idiota.”.
Kugel deve far fronte non solo ai propri sensi di colpa (come si può pensare di denunciare alla polizia Anna Frank? Soprattutto se si è ebrei?), ma anche ad una madre da sempre ossessionata da un Olocausto che è convinta di aver vissuto, pur essendo nata a Brooklyn nel ’45.
Il protagonista deve scontrarsi lungo tutto il libro anche con il pensiero del proprio analista, il dottor Jove, e testare la sua teoria. Secondo lo psichiatra l'ottimismo è un'illusione, che nessun le galline attraversano la strada nella speranza di trovarvi un mondo migliore, ma inesorabilmente ciò che incontrano sono solo le ruote di un camion (da qui il meraviglioso titolo originale dell’opera, a mio parere tradotto in modo poco azzeccato nella versione italiana, “Prove per un incendio”). Kugel verifica questa filosofia e torna spesso su una fotografia di Bergen-Belsen in cui sono raffigurati prigionieri nelle loro cuccette. In un angolo c’è un uomo, emaciato, nudo, scheletrico, ma con un sorriso sul volto. C'è speranza in quel sorriso? Che cosa sperare? Vivere o morire? Questo vortice di ossessioni e pesi storici porteranno ad un catastrofico rovinare della vita della famiglia Kugel combattuta tra il proprio bene e le responsabilità della Storia e della propria cultura.
Lo stile irriverente e giocoso di Auslander in realtà maschera alcune serie domande che l’autore si pone riguardo alla comunità ebraica e non solo: è meglio avere una Anna Frank morta o una viva che vuole raccontare la propria storia dopo i campi di concentramento? Qualcuno vuole davvero leggere questa storia? E soprattutto Auslander si interroga sul concetto di memoria: siamo davvero sicuri che la Memoria delle brutalità non faccia nascere in noi risentimento e sete di vendetta che ci spingono a ripetere gli stessi errori? Non sarebbe meglio dimenticare tutto e ripartire da zero ogni volta? Non aspettatevi un libro pio, moralista o politically correct, ma leggetelo: lo stile di Auslander è certamente unico e imperdibile.

venerdì 24 agosto 2012

"I miserabili", Victor Hugo


Eh sì, io sono decisamente un’amante delle imprese difficili e soprattutto ho una segreta passione: i romanzoni infiniti del 1800. Non so resistere al segreto fascino di quei volumi enormi, molto spesso vecchi e polverosi, a quelle storie complesse, intricate, drammatiche fino al paradosso, a quelle digressioni lunghe decine e decine di pagine in cui il romanziere di turno ci spiega tutto (ma proprio tutto) di un evento storico, di una tradizione, degli usi e costumi di chissà quale strana popolazione delle sperdute steppe russe. Non ce la faccio, è più forte di me, appena scattano le vacanze io vengo calamitata verso il mio romanzone di turno. E così mi vedrete in spiaggia con i miei tomoni enormi, invece di brandire con disinvoltura “Harmony”, varie sfumature o giornaletti di gossip. Che devo farci? L’istinto è istinto, e come saprà chi legge questo blog, io alla voce dei libri che ti chiamano credo più che mai. Quest’anno a chiamarmi è stato “I miserabili”. Quelle letture da ombrellone. Erano anni che lo sentivo ronzare e quest’estate è stata decisiva.
Che dire de “I miserabili”? Non è certo semplice muovere delle critiche a Victor Hugo! Il romanzo narra le vicende di vari personaggi nella Parigi post Restaurazione, seguendone le vicende per circa 20 anni (dal 1815 al 1833). I protagonisti indiscussi dell’opera appartengono agli strati più bassi della società e danno addirittura il titolo all’opera: sono persone poverissime, ex galeotti, prostitute, monelli di strada, borghesi decaduti. È una storia di cadute e di risalite, di peccati e di espiazione, un continuo cammino verso la redenzione e il miglioramento di sé stessi. La strada è difficile e solo i buoni ce la possono fare, mentre gli inetti e i malvagi ricadono in un baratro buio e orribile di miseria morale. Il personaggio principale di questa via di redenzione è il misterioso ex forzato Jean Valjean. Egli ha scontato diciannove anni di galera per aver rubato un tozzo di pane ed è abbrutito e indurito da quel duro regime che gli ha rubato l’intera giovinezza. Grazie all’incontro con un povero vescovo investito di santità, egli capisce che la sua missione nella vita è quella di redimersi e fare del bene, mettendo le vite altrui di fronte alla propria. È di qui che iniziano tutte le vicende delle quali Jean Valjean è una sorta di centro di gravità a cui tutto si ricollega: c’è Fantine, bella e gioiosa, costretta a vendere se stessa pur di garantire un qualche tipo di esistenza alla figlia Cosette; i Thénardier, malvagi e avidi locandieri che crescono Cosette come una schiava e diventano presto truffatori professionisti, abbagliati dalle speranze di facili guadagni; c’è la stessa Cosette, dolce e innamorata adolescente che diventa faro dell’esistenza di Valjean; Marius Pontmercy, giovane studente ripudiato ed idealista che rimane abbagliato dalla ragazza. E poi c’è Parigi, con i suoi drammi, la sua povertà, la sua tragica bellezza fatta di vite che si intrecciano e si perdono, come i monelli delle sue strade. E c’è la Storia, che trascina i suoi protagonisti verso il loro inesorabile destino.
Devo ammettere che la storia di Jean Valjean mi ha conquistata: non c’è nulla che sia mai stato scritto che non si possa anche trovare ne “I miserabili”, è una sorta di enciclopedia del romanzo. Certo la lettura non è decisamente scorrevole: ad ogni nuovo capitolo di accompagna una digressione, una parentesi, in cui Hugo ci istruisce su vari temi storici, sociali, culturali della Francia post-rivoluzionaria, che non sono esattamente leggeri da affrontare. Ovviamente sono anche estremamente interessanti, ma come sapete io tento sempre di dirvi chiaro e tondo cosa si deve affrontare leggendo un libro, e questo non è una passeggiata. In tutta sincerità ho adorato moltissime pagine di questo romanzo, ma se dovessi eleggere il mio “romanzone” ottocentesco preferito, non sarebbe lui a guadagnare la palma (quella rimane saldamente nelle mani di Tolstoj e del suo “Guerra e Pace”). Se siete appassionati di storia, di Napoleone, di Parigi però uno sforzo dovreste proprio farlo perché Hugo riesce a portarci per mano per la città e per quei tempi ormai passati con una maestria straordinaria. In fondo è o non è Victor Hugo?

mercoledì 25 luglio 2012

Il mio blog è CO2 neutral (spero!)


Su queste cose sono sempre un po' scettica ma ho deciso per una volta di fidarmi e di vedere come va! 
Questo è il comunicato di DoveConviene.it ma potete anche dare un occhiata al loro sito per cercare di capirne un po' di più. questo sito si propone di abbattere le emissioni di anidride carbonica dei blog aderenti piantando alberi in grado di assorbirla.



"Questa iniziativa ambientalista proposta da DoveConviene.it si propone di azzerare le emissioni di anidride carbonica dei blog piantando un albero in una zona boschiva a rischio di desertificazione e che grazie alla pubblicazione dei volantini pubblicitari online si propone di ridurre lo spreco di carta. Aderendo all' iniziativa viene piantato un albero la cui produzione di ossigeno andrà a compensare le emissioni di anidride carbonica emesse dal proprio blog andando così a neutralizzare anidride carbonica prodotta dal nostro sito.
Questo dato non è particolarmente noto, ma un sito internet produce in media 3,6Kg di anidride carbonica ogni anno, abbastanza preoccupante se pensiamo alla miriade di siti web che esistono, ma un albero può assorbire fino a 5Kg di anidride carbonica ogni anno e proprio per questo che aderendo all' iniziativa contribuiremo a fare del bene.  Doveconviene in prima persona si è fatta carico di questo problema e ha iniziato a riproporre i volantini pubblicitari online come quelli di zara, auchan,esselunga, rendendoli fruibili sia su Pc che su iPhone, iPad e Android, mirando a una maggiore ecosostenibilità, e ognuno può fare il suo per portare avanti questo grande obiettivo.
I volantini inoltre sono facilmente consultabili, eccone degli esempi:
Volantino expert -> http://www.doveconviene.it/volantino/expert
Volantino mondo convenienza -> http://www.doveconviene.it/volantino/mondo-convenienza
Volantino leroy merlin -> http://www.doveconviene.it/volantino/leroy-merlin
Doveconviene ha oramai piantato oltre 1500 alberi, ma l' iniziativa non si ferma qui e si propone di raggiungere almeno i 2.000 alberi per settembre, per questo abbiamo proprio bisogno di voi, blogger italiani che vi schierate a favore della natura e del' ecosostenibilità. Diffondiamo l' iniziativa e rendiamo il nostro Mondo migliore e più vivibile!
Per chi vuole approfondire nel dettaglio sull'iniziativa vi invito a visitare http://www.iplantatree.org/project/7"

Se andrà a buon fine sarà un'ottima cosa! Non mi resta che incrociare le dita! E poi si sa... Chi non risica non rosica... ;)

lunedì 23 luglio 2012

“Trilogia della città di K.”, Agota Kristof


Scrivere di quest’opera di Agota Kristof sarà molto complicato perché si tratta di uno dei libri più complessi, a tratti addirittura assurdi, che io abbia mai letto. La storia si dipana lungo tre libri: “Il grande quaderno” (1986), “La prova” (1988) e “La terza menzogna” (1991), poi raccolti nella “Trilogia della città di K.”. Il grande quaderno” è una raccolta di temi scritti da due gemelli che vivono durante una guerra, in un Paese dell’est Europa invaso dapprima da un esercito di liberatori che ben presto diventano conquistatori. La Kristof non parla mai esplicitamente né di Ungheria né di Unione Sovietica, ma non è difficile individuare le coordinate di questa storia se si conosce la vita di questa scrittrice ungherese, esule dal 1956, fuggita alla repressione del regime sovietico trovando rifugio in Svizzera. I componimenti dei bambini raccontano degli accadimenti neri e terribili della guerra e di un’infanzia troppo presto violata. Ne “La prova” è Lucas, uno dei gemelli ormai cresciuto, a prendere in mano le redini del racconto, che via via assume toni sempre più scuri, duri, inquietanti. Fino ad arrivare a “La terza menzogna” dove si capisce che in questa storia tutto può essere il contrario di tutto e che comprendere dove finisca la realtà dei fatti e dove cominci la fantasia malata dei vari narratori è assolutamente impossibile. La verità non è solo legata ai punti di vista ma alle menti stesse dei protagonisti, luogo in cui gli avvenimenti potrebbero essere accaduti veramente. O forse no. La logica si perde nell’intreccio delle storie, degli aneddoti che si complicano, si ingarbugliano, che si confondono delineando però uno scenario sempre più chiaro. È una storia dura sull’impossibilità per l’uomo di fare un’infinità di cose: di amare, sia gli altri che se stessi, l’impossibilità di dimenticare e andare avanti, ma anche di perdonare e ricominciare da capo. Ma soprattutto si ha l’impossibilità di ritornare finalmente a casa e di accettare la realtà, smettendo di ingannare se stessi e gli altri nel vano tentativo di far aderire i fatti reali alla propria visione della vita. I sentimenti dolorosi, profondi, crudeli che vengono descritti dalla Kristof, con la sua scrittura perfettamente scarna e asciutta, ci fanno comprendere che invisibili connessioni collegano gli uomini gli uni agli altri, anche a chilometri di distanza, anche ad anni di distanza, senza mai aver comunicato. Le parole della Kristof sono coltellate sublimi, sono una pece nera che cola sull’anima, macigni che cadono sul cuore e di lì non vogliono più andarsene. E, fino all’ultima frase, non si riesce a smettere di farsi del male, non si può rinunciare al dolore che questa storia può suscitare.
“Trilogia della città di K.” è un vero capolavoro anche se temo che la durezza cruda di questa storia potrebbe scoraggiare molti lettori. Ma provateci. Se riuscirete ad arrivare in fondo capirete quanto è in grado di regalare questo libro.

lunedì 16 luglio 2012

"L'arpa d'erba", Truman Capote


Il piccolo Collin Fenwick rimane orfano e viene affidato alle cure di due cugine sessantenni. Le due sorelle Talbo non potrebbero essere più diverse: Verena, avida, fredda, mascolina, gestisce il patrimonio e gli affari familiari, Dolly, dolce, fatua, eterea, rimane chiusa nella sua camera rosa e nella cucina, prendendosi cura di Collin insieme alla governante e amica Catherine. Dolly si occupa anche della produzione di un rimedio naturale contro l’idropisia. Quando Verena viene a conoscenza del giro d’affari e della piccola fortuna della sorella, e pretende di entrare in possesso della ricetta segreta, Dolly, Collin e Catherine fuggono di casa trovando rifugio in una casetta costruita su un albero di sicomoro.
Questo racconto di Capote ricorda, per la sua ambientazione, “Il buio oltre la siepe” dell’amica Harper Lee. Tuttavia la storia e i suoi personaggi sono quelli di una favola, dolce e malinconica. A personaggi terreni, “normali”, si mescolano personaggi incredibili, stravaganti, e di ognuno di loro, attraverso il proprio personale racconto, attraverso i ricordi e le dicerie altrui, veniamo a scoprire la storia. Una sfilza di piccoli e semplici racconti di vita, più o meno veritieri, che conducono il lettore nel profondo Sud degli Stati Uniti.
La storia e i personaggi sono ispirati all’infanzia di Truman Capote e in particolare il personaggio di Dolly è ricalcato sulla cugina dello scrittore, Sook Faulk. A detto dello stesso Capote questa fu la sua opera meglio riuscita e che gli diede maggiori soddisfazioni. Di certo con il suo torno infantile, le atmosfere a cavallo tra realtà e fantasia, e la storia dolce e fantastica che ci ha raccontato, Capote riesce ad infondere nel lettore un senso di calore, di tenerezza, di rinnovata fiducia nell’umanità.

mercoledì 11 luglio 2012

"Sunset Park", Paul Auster


“Sunset Park” è un romanzo di intrecci. Innumerevoli storie e personaggi si incontrano o entrano in contatto mediante una serie di temi trasversali che lo attraversano e che tutto collegano. Una di queste connessioni è Miles Heller. Miles ha 28 anni, vive in Florida insieme alla fidanzata minorenne Pilar, occupandosi di lavoretti occasionali e del proprio hobby: fotografare oggetti abbandonati in case pignorate dalle banche. Da sette lunghi anni è in esilio volontario dalla sua New York e da un passato di ombre e traumi, dal quale è voluto fuggire. A causa della clandestinità del suo rapporto con Pilar è costretto a scappare di nuovo, ripercorrendo a ritroso la via che lo ha allontanato dalla sua vita precedente. Dovrà affrontare dolorosamente i propri fantasmi, gli amici e la famiglia cha aveva abbandonato senza una parola, ricostruire la sua esistenza laddove l’aveva interrotta nel vano tentativo di espiare le proprie colpe.
In quest’opera di Auster tornano tutti i temi a lui più cari: New York, il caso, il cinema, il baseball, la letteratura, la musica. I personaggi del romanzo, numerosi, complessi, fragili come tutti i personaggi di Auster, sono tutti collegati tra loro, anche quando non si incontrano (“Il mondo è davvero piccolo” affermano Morris ed Enzo in una delle pagine finali), da innumerevoli sottilissime connessioni: oltre a Miles, c’è la casa in Sunset Park, occupata illegalmente; il film “I migliori anni della nostra vita”, dalla letteratura. Migliaia di trame invisibili connettono gli abitanti di una New York dove gli sfratti, i lavori saltuari e la crisi economica sono uno scenario ormai comune, una New York che appare un paese dei balocchi per la giovane Pilar e per le sue speranze, che appare una subdola tiranna, dalla quale non si può più ripartire ma che succhia ogni energia e ogni sostanza, per coloro che vi sono cresciuti o vi risiedono da anni. Un altro tema fondamentale è il destino. Il caso, il fato hanno un ruolo fondamentale nelle esistenze di tutti i personaggi: spesso gli uomini sembrano burattini che compiono azioni controllate non dal loro libero arbitrio ma dal destino, che li fa incontrare, scontrare, che li allontana a suo piacimento e secondo un disegno del tutto incomprensibile. Anche quando ogni cosa sembra tornata nei giusti binari e un lieto fine pare inevitabile, tutto può essere gettato all’aria imprevedibilmente, come un castello di carte colpito da una folata di vento. Un altro aspetto sicuramente interessante è l’incomunicabilità. Tutti i personaggi hanno un mondo interiore ricco di ossessioni, segreti, ferite che però risultano impossibili da esternare. Sono pochissimi i personaggi che riescono ad uscire, anche solo momentaneamente, da questo sistema omertoso e parco di confidenze. I rapporti tra i personaggi appaiono spesso molto superficiali mentre connessioni profondissime in realtà si sono instaurate tra loro (si veda per esempio il rapporto tra Bing e Miles). La comunicazione più difficoltosa però appare quella tra genitori e figli, un tema che ricorre continuamente e detta il ritmo dell’intera narrazione. È in questo contesto che si inserisce il ridondante “I migliori anni della nostra vita”, un film per eccellenza sull’incomunicabilità tra diverse generazioni.
Ci sono migliaia di altre cose che si potrebbero dire e che si potrebbero discutere di “Sunset Park” (i personaggi femminili così combattuti e oppressi dal loro ruolo di lavoratrici e di donne, il corpo e la sessualità come mezzi di comunicazione, l’interesse spasmodico di Miles per gli oggetti abbandonati e le lapidi del cimitero di Green-Wood) ma la complessità e la bellezza di questo romanzo risiedono proprio in questa fitta rete di temi e storie. Ogni lettore troverà nuovi targomenti su cui riflettere e nuove connessioni che ai miei occhi sicuramente non si sono palesate. Certo è che non è facile trovare al giorno d’oggi una prosa del calibro di quella di Auster. Una vera perla.

mercoledì 4 luglio 2012

"A volte ritorno", John Niven


Dopo un estenuante mese lavorativo, in cui ho avuto ben poco tempo da dedicare alla lettura, ecco che ritorno con le mie letture precarie!
Forse proprio a causa dello scarso tempo che ho dedicato a questo libro, forse a conferma della mia teoria che i libri ti devono chiamare e sanno quando sei pronto ad accoglierli dentro di te, ma questa lettura non mi ha entusiasmata, un paio di amici e il mio fidanzato mi avevano parlato di “A volte ritorno” come di un capolavoro, un’opera imperdibile, addirittura del libro dell’anno. Ecco, come dirvelo… no, questa non è decisamente la mia opinione. Non che non sia una lettura simpatica e rilassante, ma gli elogi elargiti da chi lo aveva letto prima di me mi hanno probabilmente fuorviata inducendomi ad aspettarmi qualcosa di decisamente migliore.
La storia parte da Dio di ritorno da una vacanza di una settimana (diversi secoli per il tempo terrestre) che ritrova la sua preziosa creazione, la Terra, sprofondata nel delirio. La colpa è in parte attribuita a Mosè che, in un momento di megalomania, ha inciso nella pietra dieci comandamenti un po’ troppo pretenziosi, mentre il messaggio divino era decisamente più semplice e assoluto: “Fate i bravi”. Dopo varie sfuriate e una gita dall’ inquilino del piano di sotto (un Satana mangione e viscido che guida il lettore tra i suoi “ospiti” di lusso e le loro spietate punizioni eterne, in pieno stile dantesco), la decisione più plausibile per riportare il messaggio divino sulla Terra appare una sola: mandare nuovamente Gesù in missione. Ovviamente sono passati secoli e l’operazione va riadattata: Gesù è un ragazzo di New York che prova a diventare famoso con una band rock scalcagnata, mentre si fa in quattro per aiutare balordi e sfortunati che invadono le strade della metropoli. Ma la sua missione è quella di portare il messaggio “Fate i bravi” a tutta l’umanità. E quale mezzo si ha al giorno d’oggi per farsi conoscere il più in fretta e diffusamente possibile? Partecipare ad un talent show canoro!
Il pregio principale di questo romanzo, oltre ad uno stile frizzante e scorrevolissima, è quello di saper essere allo stesso tempo terribilmente blasfemo (se siete molto religiosi, in particolare cattolici, e con poco sense of humor non ve lo consiglio!) e profondamente religioso e mistico, tentando di passare un messaggio molto semplice: siamo proprio sicuri di fare ciò che Dio davvero vorrebbe da noi?
Sperando di non aver creato in voi troppe aspettative, né di averlo smontato troppo, ve lo consiglio come divertente lettura estiva, senza troppe pretese.

mercoledì 6 giugno 2012

"Fai bei sogni", Massimo Gramellini


“Fai bei sogni” è stato un vero e proprio caso letterario degli ultimi mesi in Italia e leggendolo ho capito perché. Oltre alla scrittura sempre fresca e carica di umorismo sottile, quali ci ha abituati Massimo Gramellini negli ultimi anni dalle pagine de La Stampa, con rubriche divenute veri e propri cult come “Cuori allo Specchio” o “Buongiorno”, in questo romanzo autobiografico è soprattutto la storia a farla da padrona.
Gramellini ci apre il suo cuore raccontandoci la sua vita, dall’età di nove anni, fino ad oggi. La sua esistenza è stata drammaticamente segnata dalla morte della madre e dall’assenza di figure femminili nella sua adolescenza. A questo si è unito un rapporto conflittuale e difficile con il padre Raoul, un uomo-orso per stessa definizione di Gramellini, incapace di supplire alla carenza di affetto del figlio, con i suoi modi duri e burberi. L’impossibilità di amare, un senso di insoddisfazione e rabbia hanno caratterizzato per anni la vita del giornalista, tanto da fargli chiamare questo suo demone interiore come una delle figure che maggiormente lo terrorizzavano da bambino: Belfagor. Questo mostro vive nel cuore di un bambino che diventa adulto senza la presenza di una mamma che via via diventa angelicata, mitizzata. Crescendo Belfagor diventa più debole o più temerario a seconda delle esperienze della vita: l’amore per una ragazza lo indebolisce, una brusca rottura lo rinvigorisce, diventa una presenza devastante che impedisce di continuare gli studi in giurisprudenza, per poi diventare leggero quando la fortuna lo porta a scrivere di sport per un giornale. Fino alla resa dei conti finale in cui una busta marrone, contenente la verità su sua madre, lo obbligherà a fare i conti con le proprie ansie e le proprie paure e a rivalutare le scelte del passato.
 Un romanzo autobiografico carino e commovente sull’incapacità di confrontarsi col proprio passato e di amare senza paura.

giovedì 31 maggio 2012

"Elettra", Amélie Nothomb

"Elettra" è un bellissimo racconto inedito di Amélie Nothomb. Elettra è una giovane svizzera sopraffatta da una passione estrema e compulsiva nei confronti di una popolarissima cantante rock canadese. L'amore ossessivo della ragazza per il suo idolo la porterà in giro per il mondo, ad ogni concerto ed esibizione della diva, fino ad una agognato e fatale incontro in cui una frase e un mazzo di gigli bianchi cambieranno in modo straordinario la vita di entrambe.
Nessuno come la Nothomb è in grado di descrivere le ossessioni, i feticismi e le manie di personaggi al limite del "normale" (a detta della stessa Nothomb "La lista dei comportamenti amorosi è infinita").Una piccola perla per i suoi fan pubblicata in occasione del ventesimo anniversario della rivista Vogue. 

mercoledì 30 maggio 2012

"Amy e Isabelle", Elizabeth Strout


Il io primo incontro con Elizabeth Strout non può che essere definito una folgorazione. Erano mesi che mia madre mi consigliava di leggere un libro meraviglioso che aveva acquistato per caso, “Olive Kitteridge”, ma io continuavo a scordarmi di metterlo nella mia personale lista dei libri da leggere assolutamente. Poi un’amica mi ha fatto un regalo inaspettato: di ritorno dal Salone del Libro di Torino mi ha portato in dono una copia autografata di “Amy e Isabelle” (dicendomi “So che tu la apprezzerai”). Non solo: ha trascorso un pranzo intero a decantarmi lo stile e la scrittura di questa adorabile signora americana e a parlarmi in tono entusiastico dell’incontro avvenuto al Salone tra lei e Paolo Giordano, che l’ha insignita del premio Mondello. Ovviamente ora l’ispirazione era arrivata e mi sono buttata immediatamente e a capofitto nella lettura di questo primo romanzo della Strout.
Amy e Isabelle sono una figlia e una madre della provincia americana degli anni Sessanta. Il loro rapporto (descritto come una linea nera che le collega e che si tende e si allenta ma mai si spezza) è esclusivo, profondo, a tratti opprimente. È una vita madre-figlia piena di segreti e omissioni, piena di aspettative e di continui rimproveri, caratterizzata da momenti di intolleranza e stizza che si alternano al bisogno estremo e viscerale l’una dell’altra. È un amore tanto profondo da risultare soffocante e la Strout ce ne descrive ogni possibile sfumatura, come se questo sentimento fosse una tavolozza colma di colori, dai più brillanti ai più scuri, che si mescolano tra loro in modo imprevedibile.
Amy e Isabelle sono due facce di una stessa medaglia, sono due donne così diverse ma anche estremamente simili. Più le dinamiche della vita le allontanano più il loro rapporto diventa necessario e claustrofobico.
La grandezza di questo romanzo sta nella capacità descrittiva della Strout: ogni minimo dettaglio viene catturato e dipinto dalla penna delicata, raffinata e preziosa di questa scrittrice. Questa eccezionale qualità di scrittura e descrizione è ciò che rende il lettore parte integrante della storia: ci sembrerà di essere con Amy e Stacy nel bosco dietro la scuola all’ora di ricreazione a fumare e mangiare crackers, o di stare seduti nel caldo opprimente dell’ufficio di Isabelle, di assistere ai discorsi oziosi delle segretarie, di percepire il sudore caldo e appiccicoso sul volto buono di Fat Bev. Il quadro che la Strout abilmente dipinge è fatto di suoni, odori, sensazioni, segreti più o meno grandi che tutti gli abitanti della quieta cittadina di Shirley Falls nascondono dietro la spessa coltre delle apparenze perbeniste tipiche della provincia americana. 
“Amy e Isabelle” è davvero uno splendido romanzo al femminile e la Strout una scrittrice di eccezionale talento. L’unico rammarico è che al momento abbia scritto solamente tre romanzi.

sabato 19 maggio 2012

"La Mennulara", Simonetta Agnello Hornby

Il 23 settembre 1963 muore a Roccacolomba, Sicilia, Maria Rosalia Inzerillo, detta La Mennulara. È lei la protagonista di questo romanzo d’esordio della scrittrice Simonetta Agnello Hornby, anche se, per l’intera storia ci sarà possibile conoscerla, scoprirla e capirla solo attraverso i racconti degli altri personaggi. La Mennulara è stata per anni la cameriera di una ricca famiglia di Roccacolomba, gli Alfallipe. Entrata al loro servizio all’età di 13 anni, è stata dapprima sguattera, poi cameriera personale della padrona, Lilla Alfallipe, ed infine, grazie alla sua straordinaria intelligenza, amministratrice di tutti beni della famiglia. Alla sua morte gli Alfallipe rimangono delusi dall’assenza di un testamento ma cominciano a ricevere lettere dalla morta, che li guida in una sorta di caccia al tesoro che li condurrà alle ricchezze che ha accumulato durante la sua misteriosa vita. In paese si scatena una vera e propria corsa al pettegolezzo in cui tutti, dai poveri ai più ricchi, parlano, discutono e giudicano la Mennulara e la famiglia per cui ha lavorato, nel disperato e vano tentativo di ricostruire la vita di questa donna chiusa e scontrosa. È proprio grazie ai ricordi, ai racconti, alle lettere dei vivi (e dei morti) che anche il lettore scopre e conosce le sfaccettature della Mennulara: “criata” onesta e proba che ha servito per anni il suo padrone, Orazio Alfallipe, con una devozione senza pari, ma anche donna d’affari cinica e spietata, rispettata persino dal capo mafia della zona.
Questa fiaba dolce amara di Simonetta Agnello Hornby ci porta nella Sicilia degli anni Sessanta, una Sicilia sull’orlo del boum economico che mostra tutta la sua bellezza e le sue contraddizioni. Roccacolomba è un topos letterario dove le storie si raccontano nei salotti raffinati ma vengono riportate anche nelle portinerie e nei mercati. Un luogo dove i nobili, ancora legati alla tradizione borbonica con i loro modi affettati, si mescolano all’emergente classe borghese arricchita; dove i ricchi e i poveri si contrappongono, vivendo insieme senza mai davvero interagire, se non attraverso la cortina dei gesti convenzionali dettati dalla tradizione. È un luogo dove la verità e la fantasia si mescolano passando di bocca in bocca, di casa in casa, fino a creare un’aura di leggenda attorno ai suoi protagonisti. E la Mennulara, è un personaggio che a questo gioco si presta, vista la sua riservatezza e il mistero che avvolge la sua vita. Si viene coinvolti non solo dal racconto della sua storia, ma anche dalle opinioni e dai giudizi degli abitanti del paese, passando di pagina in pagina dal considerarla vittima al considerarla carnefice.
Un racconto pieno di brio ed energia, dove l’io parlante varia continuamente e dove il senso di allegria e spensieratezza della calda terra siciliana si mescola con le ombre e l’amarezza della miseria, della mafia e dell’ingiustizia che ancora l’affliggono.
Una storia che sicuramente chi, come me, proviene da un piccolo paese apprezzerà particolarmente, ritrovandosi perfettamente a proprio agio nelle dinamiche di Roccacolomba e del suo telefono senza fili del pettegolezzo.

domenica 13 maggio 2012

"Bel Ami", Guy de Maupassant


George Duroy è un giovane mediocre, senza particolari talenti. Dopo essere stato nella legione francese di istanza in Algeria, tenta la fortuna a Parigi. Non è istruito né particolarmente dotato, ma è determinate, di bel aspetto e piuttosto fortunate. Per un caso fortuito incontra Forestier, un vecchio compagno d'armi con una avviata carriera di giornalista al quotidiano “La vie française”. Grazie ai suoi modi affabili, alla sua bellezza e alla sua scaltrezza, Duroy riesce a conquistare un posto al giornale e nella società dai ricchi intellettuali parigini.  l'irresistibile ascesa di George passa per una serie di dame ricche e potenti, delle quali diventa amante e confidente, conquistandosi il nomignolo di Bel Ami. Ma la sua sete di denaro e di potere pare implacabile e, per raggiungere sempre nuovi traguardi, gli inganni, le trame e le finzioni di Duroy diventano sempre più ardite e crudeli.
Ah, Bel Ami, Beli Ami. Mai protagonista di romanzo mi fu più odioso. Di pagina in pagina lo detestavo con più forza, via via che il suo arrivismo e la sua arroganza crescevano desideravo sempre più che il suo destino lo punisse per le sue intollerabili malefatte. George Duroy è privo di qualunque talento, ed è simbolo della ricerca del successo e della ricchezza fini a se stessi. Bel Ami è una sorta di velina dell’Ottocento. L’immagine che penso meglio riassuma la sua parabola e la sua vita è proprio la scena finale del libro: mentre esce dalla chiesa dove ha appena ingaggiato un matrimonio di interesse che lo renderà milionario alza lo sguardo e scorge il palazzo del Parlamento e ogni suo pensiero si focalizza sul suo nuovo ambizioso obiettivo. “Bel Ami” è un ottimo romanzo, di grande attualità, una riflessione sui mezzi che siamo disposti ad usare per arrivare laddove desideriamo. Seppur con qualche grossolana mancanza dal punto dell’intreccio (personaggi che compaiono e scompaiono senza troppe spiegazioni, riflessioni e spunti presto abbandonati) lo stile breve e sintetico e la feroce critica nei confronti di tutte le classi sociali, dai nobili ai borghesi parvenu, rendono sicuramente unica questa storia dalla trama semplice. 

giovedì 3 maggio 2012

"Guida galattica per gli autostoppisti", Douglas Adams


Arthur Dent si sveglia una mattina e intravede, fuori dalla finestra del bagno, una schiera di ruspe gialle, pronte a demolire la sua casa, che si trova esattamente sulla traiettoria di una nuovissima autostrada in progetto. Ciò che Dent non sa è che lo stesso destino sta per toccare alla terra. I vogon, razza aliena spietata e famosa per i suoi terribili componimenti poetici, con le loro navi spaziali, sono pronti a spazzare via l’intero pianeta per costruire un’autostrada iperspaziale. A salvare Arthur dal proprio destino sarà il suo amico Ford Prefect, all’apparenza scapestrato provetto attore, che in realtà è un alieno del pianeta Betelgeuse, curatore della “Guida galattica per gli autostoppisti”. Questo volume, best seller in tutta la galassia (esclusa la terra) , è una sorta di guida turistica per vagabondi interstellari, ricca di curiosità e aneddoti esilaranti. Grazie all’esperienza di Ford, i due riescono a fuggire dalla terra e, dopo una rocambolesca avventura a contatto con i terribili vogon, entreranno a far parte dell’equipaggio della “Cuore d’oro”. A bordo ci sono Zaphod Beeblebrox, presidente del governo galattico imperiale, l’umana Trilllian (con i suoi due topi da laboratorio) e a Marvin, un robot che soffre di depressione cronica. I tre sono in fuga per aver rubato la stessa Cuore d’oro, una nave spaziale dalla tecnologia super innovativa: la propulsione di improbabilità infinita. Con questa nave il folle e avido Beeblebrox vuole trovare il leggendario pianeta di Magrathea, dove i pianeti un tempo venivano progettati e realizzati su commissione, e dove i nostri eroi potranno scoprire qualcosa di davvero inaspettato sulla Terra e su una risposta alla quale tutti i pensatori dell’universo da milioni di anni cercano una domanda.
Devo ammettere di non essere una grande appassionata di fantascienza (forse sono troppo agnostica per potermi appassionare di extraterrestri, navi spaziali e invasioni aliene) eppure questo libro mi ha divertita e appassionata. Sicuramente il suo enorme successo mondiale è dovuto all’umorismo tagliente di Adams, alla sua freschezza linguistica e alle trovate ed espedienti letterari che contraddistinguono la sua opera e che non trovano eguali, in nessun genere. Assolutamente consigliato per chi cerca una lettura leggera, frizzante e spassosa.

sabato 21 aprile 2012

"Il tempo è un bastardo", Jennifer Egan

Non è facile scrivere qualcosa su "Il tempo è un bastardo". Ci sono troppe cose da dire ed è veramente complesso capire cosa sia davvero fondamentale far sapere a chi segue questo blog. Ogni pagina di questo capolavoro rappresenta un fiume in piena che scorre e tutto trascina e muta. La trama si potrebbe semplicisticamente ricondurre ad un fitto intreccio di storie e vite che si intrecciano, destini che si incrociano e si perdono nei modi più imprevedibili. Il tutto è incentrato sullo scorrere del tempo, lento, inesorabile. Il suo flusso inarrestabile si coglie nelle vite dei numerosi personaggi, nella loro crescita, nel loro invecchiare, ma anche nel ritmo stesso del romanzo, in ogni parola, in ogni pausa, in ogni paragrafo che sapientemente la Egan ha scelto. Il tempo che scorre è nel ricordo di una notte lontana di Alex, nella metamorfosi fisica di una rock star in declino, negli oggetti rubati e conservati da Sasha, nel sole che tramonta e che si ferma per un istante dentro ad un cerchio di fil di ferro. La vita in questo romanzo viene descritta come una serie di eventi apparentemente insignificanti che si susseguono, si accumulano, si incastrano gli uni negli altri, fino a creare una fitta rete di destini che inaspettatamente si incontrano e si influenzano vicendevolmente. I personaggi, numerosi, particolari, sono descritti nel dettaglio e, quasi sempre, sono uniti da un destino doloroso che li ha visti sconfitti. Le cause del dolore sono numerose ma a dominare è quasi sempre l'incapacità di comunicare con le persone che ci circondano e che amiamo.
Jennifer Egan è riuscita a conquistarmi. Non riuscivo assolutamente a smettere di leggere e allo stesso tempo un senso di ansia, un'angoscia profonda si annidavano in me, riflesso dei sentimenti e degli stati d'animo descritti nel romanzo. Solo i libri di Murakami, McEwan e Franzen erano riusciti fino ad ora a suscitare sensazioni del genere in me (o per lo meno di questa intensità). C'è poco altro da aggiungere: leggete assolutamente "Il tempo è un bastardo" e capirete perché ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa e il National Book Critics Circle Award.

giovedì 5 aprile 2012

“Una donna”, Sibilla Aleramo


“Una donna” è l’autobiografia, con poche piccole variazioni, dei primi trent’anni di vita della grande scrittrice Sibilla Aleramo, ed è anche la storia di tante donne dalla notte dei tempi ad oggi. Trasferitasi ragazzina nel centro-sud d’Italia da Milano, la protagonista subisce uno stupro da parte di uno degli impiegati del padre e deve, in un secondo tempo, stare ad un matrimonio riparatore con il suo stesso carnefice. Se in un primo momento, ancora ragazzina ingenua ed illusa, essa pensa di poter amare quell’uomo, ben presto la sua vita diventa un vero e proprio incubo di solitudine, violenza e umiliazioni. Lo spirito discretamente libero con cui essa è stata educata, viene spazzato via da un marito che la costringe ad un isolamento forzato. La vita priva di qualunque sentimento della ragazza viene riscattata dalla maternità, dall’amore incondizionato e dal rapporto simbiotico che essa instaura col figlio. Dopo un tentativo di suicidio l’unica consolazione della protagonista, oltre al bambino, diventa la scrittura, tanto da portarla a Roma a lavorare presso una rivista femminile. Qui respira il clima nuovo di un femminismo che sta nascendo, con le sue speranze e con le sue contraddizioni. La libertà, la voglia di emancipazione, gli esempi di donne coraggiose e forti che incontra, la fanno riflettere sul suo ruolo nel nucleo familiare disastrato e, più in generale, sul ruolo della donna in una società in cui essa è angelo del focolare da proteggere dal mondo esterno ma completamente abbandonata alle violenze e alle angherie del proprio uomo.
La caratteristica sconvolgente di questo romanzo, a mio avviso, è che fu pubblicato nel 1906. I temi trattati, la schiettezza del linguaggio, sono impensabili per l’epoca e lo rendono un’opera moderna. Ebbe immediatamente un enorme successo sia in Italia che all’estero proprio perché rappresenta uno dei primi romanzi femminili e femministi. Lo stile della Aleramo è spesso semplice e un po’ ingenuo, sia a causa della sua giovane età, sia per la sua preparazione autodidatta e poco approfondita. La scrittrice tenta di descrivere un’epoca di cambiamenti e di trasmetterci lo spirito di rivoluzione e di presa di coscienza che investì tutta la società: gli operai nelle fabbriche che iniziano a reclamare i propri diritti, lo smarrimento del mondo borghese di fronte al vacillare dei valori tradizionali, il ruolo degli scrittori e la loro visione del mondo, e poi ovviamente il tema principale che è la donna. L’ispirazione è quella palese a “Casa di bambola” di Henrik Ibsen, uscito nel 1879 e considerato uno dei primi esempi di opera femminista, che viene spesso citato dalla scrittrice (addirittura la protagonista a Roma assiste ad una sua messa in scena). La spirale di violenze e insoddisfazioni che Sibilla Aleramo descrive, prendendo ad esempio le vite sua e di sua madre, e che essa decide di spezzare fuggendo, è la storia purtroppo di tante donne nei secoli e di molte donne ancora oggi. Il marito che diventa carnefice, l’uomo che violenta, picchia, umilia, sono purtroppo ancora oggi una durissima realtà. Anche se molti passi avanti sono stati fatti nel nostro Paese, le donne sono ancora troppo spesso vittime di un amore che non è amore, e la società fatica a difenderle senza se e senza ma (se n’è parlato moltoultimamente). Questo breve romanzo serve per ricordarci che alcuni temi continuano ad essere tristemente d’attualità e che le donne devono continuare a lottare e a non arrendersi di fronte ai soprusi di cui sono vittime, perché una speranza c’è, anche se molto coraggio e dolore sono richiesti per poterla trasformare in realtà.

venerdì 16 marzo 2012

"Addio alle armi", Ernest Hemingway


Frederic Henry è un giovane americano che, durante il primo conflitto, presta servizio volontario nell’esercito italiano come autista di ambulanze. Accampato con i gradi maggiori a Gorizia conosce, per mezzo del suo amico medico Rinaldi, la bella e strana Catherine Barkley (citata, per chi volesse saperne di più, anche in una lettera di J.D. Salinger allo stesso Hemingway, per via dell'epicità del personaggio stesso), un’infermiera inglese con la quale comincia a frequentarsi nel tempo libero. Se in un primo momento la guerra sembra solo un eco lontano di detonazioni oltre le montagne, e la vita del protagonista trascorre, nel limite del possibile con tranquillità, la sua presenza e la sua intensità crescono di giorno in giorno fino al ferimento di Frederic sul Carso. In seguito all’incidente il protagonista trascorre una lunga degenza a Milano ed è qui che sboccia con la bella Catherine un amore profondo e disperato. Frederic torna al fronte proprio in concomitanza con la disfatta di Caporetto e partecipa alla tragica ritirata dell’esercito verso Udine. La drammaticità di quei momenti, la violenza della guerra e la miseria dei suoi protagonisti convincono il tenente Henry a disertare e a tornare da Catherine. I due riescono a fuggire in Svizzera, ma come ogni grande e epico amore, il destino si oppone.
“Addio alle armi” è stato uno dei romanzi più cari ad Hemingway ed anche uno dei più sofferti, com’egli stesso racconta in una nota introduttiva. La vicenda è liberamente ispirata all’esperienza dello scrittore come autista di ambulanze in Italia durante la prima guerra mondiale e alla rovinosa ritirata in Tracia del 1922, alla quale assistette come giornalista. Il leitmotiv dell’intero romanzo è da un lato lo spirito antibellico, che cresce durante lo svolgersi della trama, ma anche l’amore disperato e totalizzante dei due protagonisti. Il disgusto per la guerra viene espresso non solo dal protagonista ma anche dai soldati italiani che egli incontra al fronte e durante la ritirata. Essi sono convinti che gli italiani odiano quella guerra e che il pensiero opposto si può trovare solo nella propaganda. Per questo motivo (oltre che per la poco eroica descrizione del comportamento dell’esercito italiano durante la ritirata e ad una presunta antipatia personale di Mussolini per Hemingway, nata dopo ad un’intervista del 1922) il libro fu bandito dal regime fascista e Fernanda Pivano, traduttrice di una versione clandestina, fu arrestata nel 1943 a Torino. Come anticipato il secondo grande tema del romanzo è l’amore. Questo è il mezzo del protagonista per sfuggire alle brutture della guerra ed è vero e proprio mondo parallelo in cui rifugiarsi. Il pathos ma anche la sensazione di drammaticità crescono di pagina in pagina fino al tragico epilogo. La grandezza di Hemingway sta non solo nel riuscire ad incutere queste sensazioni di angoscia e inquietudine nel lettore pur egli restando neutrale narratore, ma anche nel suo inconfondibile stile che riesce a risultare scarno e giornalistico e allo stesso tempo ricco di minuzie e particolari preziosi. “Addio alle armi” rappresenta un vero e proprio manifesto della cosiddetta Generazione Perduta, che rinuncia all’eroismo, alla gloria e alla fine non riesce a convivere neppure con l’amore.

giovedì 8 marzo 2012

Una riflessione/augurio per la giornata internazionale della donna

In questo giorno di celebrazione (non di festeggiamenti) vorrei fare un augurio a tutte voi e a me stessa in primis: auguro ad ognuna di noi di poter finalmente fare ciò che vuole ma soprattutto ESSERE ciò che desidera senza farsi costantemente influenzare dai modelli che ogni giorno ci vengono imposti dalla società, dalla TV, dalla pubblicità, dagli uomini, dal nostro lavoro. Solo quando riusciremo a liberarci da tutto ciò potremo davvero affermare di essere libere. e poi un consiglio: quello di trovare il tempo per commemorare le donne che hanno lottato e lottano ogni giorno per tutte noi e per i nostri diritti, per rendere questo mondo un posto un pochino migliore. è per questo che la giornata internazionale della donna è stata istituita. non permettiamo che ci venga tolta e che venga delegittimata.

venerdì 2 marzo 2012

“Opinioni di un clown”, Heinrich Böll


Hans Schnier è un clown triste e fallito. Dopo anni in giro per la Germania e una carriera promettente e in ascesa, tutto è precipitato: Maria, la donna da lui amata, la sua musa, lo ha abbandonato. La ragazza, fervente cattolica, ha deciso di fuggire da una situazione di concubinato che la opprimeva per sposare un uomo di fede convinta quanto la sua. Hans, dopo tre settimane di spettacoli  deludenti, di tristi sbornie e di stroncature della critica, decide di ritornare a Bonn, la sua città natale. L’abbandono della sua musa lo ha portato a suscitare nel suo pubblico ciò che nessun artista, soprattutto un clown, dovrebbe suscitare: compassione e pietà. Nella sua città ritrova una casa dove l’assenza di Maria è pesante come un macinio e dove i ricordi del passato lo assalgono in ogni momento. Ogni dettaglio della sua amata lo ossessiona e gli salta alla memoria: i particolari del suo corpo, le piccolezze della vita insieme, i due aborti che hanno segnato la vita della ragazza, la sua religiosità, fino alla sua partenza, annunciata da un misero biglietto. Hans, senza mezzi e con un incerto futuro lavorativo dinnanzi, comincia a telefonare alle persone che hanno segnato i suoi 27 anni di vita e a tentare di estorcer loro denaro e notizie di Maria. Le sue telefonate sono il pretesto per immergersi nei ricordi del passato: la guerra e la disfatta tedesca, che hanno segnato la vita della ricca famiglia Schnier con la grave perdita della figlia Henriette, la loro lenta rinascita e il tentativo di ritornare ad una normalità, per lo meno formale, che sembra però irraggiungibile a causa di rancori inconfessabili e insuperabili. E poi la conversione al cattolicesimo del fratello e quegli ambienti religiosi che Hans ha conosciuto solo per fare piacere a Maria, anche se con scarso successo a causa del suo temperamento critico e agnostico. In realtà, scorrendo la rubrica telefonica del clown, Böll ci conduce attraverso le contraddizioni e le ombre della società tedesca degli anni Sessanta, ad uno ad uno i peccati della Germania post-bellica salgono sul palcoscenico del nostro clown e prendono la parola  attraverso i controversi personaggi che hanno costellato l’esistenza di Hans. La religione, di qualunque confessione si tratti, impregna la vita delle persone, dettandone una morale ferrea che fa vivere ogni piccola deviazione dal cammino imposto con un senso di colpa e di peccato, nonostante poi i rappresentanti della Chiesa siano personaggi deprecabili (basti pensare che l'unico prete per il quale il protagonista prova una sincera stima, abbandona il proprio uffizio   per fuggire con una ragazza, irretito dai piaceri della carne). C’è poi lo scontro eterno e insanabile tra CDU e socialisti e la necessità di tutti di inquadrare ogni persona in uno schieramento politico. Ed infine il conflitto interiore di una società che non sa come prendere le distanze da un passato al quale aveva strizzato l'occhio. La portavoce di questa borghesia conservatrice che è stata favorevole, o non ostile al nazismo,è la madre del protagonista: durante la guerra obbliga la figlia diciassettenne ad arruolarsi per difendere il sacro suolo tedesco dagli “yankee ebrei”, ma a fine del conflitto diventa la rappresentante di una serie di esclusivi club antirazzisti.
La critica di Böll è durissima ma è per bocca dello stesso protagonista che egli mette in discussione tutto, addirittura il proprio punto di vista: Hans infatti non solo ammette di avere difficoltà a discernere gli avvenimenti reali della sua vita da quelli completamente creati dalla propria fantasia, ma addirittura ammette, alla fine del romanzo, di essere davvero se stesso solo quando indossa i trucchi di scena e diviene un clown.
Un bellissimo e complesso romanzo che ci mostra le contraddizioni di una società che, nonostante siano trascorsi cinquant’anni, non è poi tanto diversa da quella attuale.